venerdì 27 novembre 2009

Getting started - the secret files of Josef H. Pilates

Ricordate il simpatico Mr. Pilates, che piegava le persone come Uri Geller piegava i cucchiaini?
Eccolo qui, se non ve lo ricordate:


Beh, esce fuori che si sono esercizi segreti che spingeranno il vostro corpo a livelli di autocoscienza mai raggiunti prima. Io li sto sperimentando per voi in uno scantinato segreto del Galles (un luogo costruito e attrezzato dallo stesso Pilates, che lo chiamava The Cellar). Intanto, per farvi venire l'acquolina in bocca, eccovene alcuni, semplici ma veramente innovativi.


Sitting at the table

Per questo esercizio sono necessari due attrezzi inventati da Pilates: the table, una superficie orizzontale di legno con quattro sostegni agli angoli, alti all’incirca un metro e mezzo; the chair, una sorta di sgabello con un appoggio per la schiena. Nel caso non abbiate the table e the chair, potete usare una scrivania e uno sgabello, facendo però attenzione a mantenere la schiena diritta.

1. posizionatevi in piedi, avendo di fronte a voi the table, e dietro di voi (non troppo dietro) the chair, con le gambe alla larghezza del bacino, le ginocchia leggermente piegate. il busto eretto ma in posizione neutra, le spalle rilassate che spingono in basso e in fuori. Guardate di fronte a voi.
2. inspirate, ed ispirando contraete i muscoli del pavimento pelvico, e gli addominali, attivando il trasverso.
3. inspirate di nuovo, e mantenendo la contrazione alzate le braccia di fronte a voi all’altezza delle spalle.
4. espirate, e, mantenendo la schiena in assetto neutro, piegate le gambe a formare un angolo di 90° all’anca e uno di 90° al ginocchio, finché i vostri ischi non poggiano sulla superficie di the chair. Appoggiate le mani su the table.

Questa è una posizione base, sulla quale sono possibili ulteriori esercizi, come per esempio Picking up a pen e Writing on a sheet of paper. Ma siate sicuri di padroneggiare bene questo fondamentale prima di passare a esercizi più difficili, come Sitting in a public toilet. Qui, al punto 4., dovete evitare di appoggiare gli ischi, mantenendo i glutei sollevati come per evitare il contagio da parte di batteri o parassiti, e mantenendo così i muscoli delle gambe in tensione.
(a questo scopo, Pilates utilizzava un attrezzo particolare, the toilet, simile a the chair ma in ceramica e con un’ampia cavità in mezzo, spesso non troppo pulito, per invogliare i suoi pazienti a mantenere la posizione).
Contraete gli addominali (potete invece rilasciare il pavimento pelvico) per proteggere la schiena, mentre immaginate che la vostra testa sia delicatamente tirata verso l’alto.

Opening the moka

Anche per questo esercizio è necessario uno speciale attrezzo, the moka, formato da due semiconi di acciaio che si possono avvitare stringendo più o meno forte a seconda dell’intensità di allenamento desiderata. Se non avete the moka, potete utilizzare un asciugamano, che terrete tra le mani (cfr. sotto).
L’esercizio può essere pericoloso per le articolazioni delle spalle, quindi attenti a mantenere bene la posizione indicata al punto 1. dell’esercizio precedente, procedendo come segue.

2. tenete the moka tra le mani, mettendo una mano sopra e l’altra sotto. spingete in basso e in fuori con le spalle. I gomiti puntano in fuori, e sono un po’ più in basso delle spalle.
3. inspirate, ed espirando contraete il trasverso e la parete pelvica, e ruotate le mani in senso inverso, svitando le due metà di the moka.
4. inspirando, riavvitate the moka.
5. Ripetete per una decina di volte, e poi invertite la posizione delle mani.

Walking like an Egyptian

Pilates non si è ispirato solo allo yoga, o a movimenti della vita di ogni giorno, ma anche all’antico Egitto. Ecco, dai suoi appunti segreti, un esercizio di sicuro effetto e grande divertimento, utile anche come passatempo per le serate tra amici.
0. mettete una musichetta adatta: http://www.youtube.com/watch?v=BWP-AsG5DRk
1. Posizione di partenza: in piedi, gambe diritte (non piegate alle ginocchia) larghezza spalle (non anche), braccia lungo il tronco. Inspirate, e espirando attivate addominali e pavimento pelvico. spalle che scendono in basso e in fuori. Chiudete la gabbia toracica.
2. Inspirate ed espirando rivolgete tutti e due i piedi in una direzione. La testa segue il movimento dei piedi.
3. Inspirate, e portate le braccia all’altezza delle spalle. il braccio che si trova di fronte ai vostri occhi deve essere piegato a novanta gradi al gomito verso l’alto, quello dietro la vostra nuca a novanta gradi verso il basso. Le mani sono piegate al polso e puntano in fuori. Attenzione a non far salire le spalle. Spingetele verso il basso.
4. Inspirate, e espirando muovete qualche passo nella direzione nella quale sono rivolti i vostri piedi.
5. Invertite la posizione, e ripetete dall’altro lato.
6. Poi ripetete dal lato opposto, e così via.

Esercitatevi con questi primi facili movimenti. Più avanti vedremo esercizi più complessi, come The jigsaw, The ditch and the pendulum, The rollercoaster, The spiral staircase, o Getting on a crowded bus.
Brace you abs, and get started!

Welsh Lifestyle for Dummies/ 1. La Casa/Aelwyd




Spinto dall'esempio luminoso del nostro caro Gino, vorrei insufflare anche io un po' di aria nei polmoni rinsecchiti del nostro blog, dstraendo alcune energie dalla sempiterna lotta contro i robot alieni che ho ingaggiato da ieri sera su facebook. Vorrei cominciare con la mia ultima esperienza (nel senso galileiano, ma non così fortunata) con il microonde, ma non vorrei essere troppo schiavo della cronaca, né soddisfare subito la curiosità spasmodica che, immagino, si sarà già impadronita di voi. Per cui bando al microonde, per ora almeno, e vai con il consuntivo dei miei primi quasi due mesi in Galles.

1. La Casa

Si tratta del vero tormentone di questi due mesi, e, sospetto, dei prossimi tre anni. Probabilmente quas tutti voi avrete avuto, chi più chi meno, un resoconto della mia ricerca lampo della casa, in luglio, e avrete partecipato delle mie angosce. Come ogni volta che compro un vestito, sono riuscito a trovare un appartamento il venerdì e a cambiarlo con un altro il lunedì dopo, ovviamente da Roma, e ovviamente dopo un weekend di patema.
L'arrivo nella casa, a fine agosto, è avvenuto secondo i canoni della mitografia fantozziana: ombrelli dimenticati a Roma, diluvio, autobus che ti lascia ad almeno duecento metri dall'agenzia, arrivo all'agenzia, scoperta che l'agenzia NON ti dà le chiavi, ma devi chiederle al padrone di casa.
LA padronA, nel mio caso, è una signora di mezza età che deve possedere case in tutto il quartiere (ne ho vista almeno un'altra, e di un'altra ho notizie), che pare abbastanza simpatica, e che finora non ha fatto una piega alle mie ripetute chiamate.
La casa ha l'apparenza carina (anche se, Claudio, il bovindo è quadrato [square-window?]) ma a guardare bene le rifiniture sono meno ben fatte di quanto diresti a prima vista. Ovviamente, mia madre, che ha insistito per venire insieme a me con mio padre, se ne accorge subito. I giorni successivi passano infatti con lei che, tra un trasbordo di piatti e uno di vettovaglie, guarda in un angolo di sottecchi e mi fa notare che è una catapecchia. Per poi aggiungere: non è così male, però... solo quando metto la testa nel forno (che tanto è elettrico).
Nel complesso però direi che non posso lamentarmi, anche se devo dire che mi inquieta un po' la mancanza di cassetti (solo uno in cucina). Mi fa pensare alle celle dei serial killer, dalle quali si tolgono tutti gli oggetti appuntiti - quale oscura minaccia avrà voluto sventare Mrs O.P.?
Altre cose strambe ai miei occhi e un po' inquietanti sono la porta che ha solo lo scatto (non le mandate) in ossequio a una fumosa legge anti-panico e anti-catastrofi, e la presenza in casa di un rilevatore anti incendio e di uno anti fumo. Grazie a loro, devo cucinare con ventola al massimo, pentole coperte e finestra aperta. Ho anche un estintore gigante all'ingresso, che per ora serve solo, per fortuna, da appoggia ombrelli.
Ah, sì, e i riscaldamenti elettrici vampireschi, che si avviano solo di notte. E il letto, sostituito da una specie di catafalco di legno inchiodato al pavimento, senza rete. Una cosa mai vista, anche se non ci si dorme male (ma per farlo, bisogna sospendersi a un cavo del soffitto, stile Cirque du Soleil/ Mission Impossible 1). E le porte che hanno tutte la molla tipo portone, e per farle stare ferme ci devi mettere una zeppa.
Per la manutenzioe, subito la prima settimana, un uomo è dovuto venire a vedere cosa (non l'ho mai capito) avesse fatto sì che, una mattina, io non abbia avuto che acqua gelata. La settimana scorsa, ho dovuto far riparare una presa della corrente elettrica, che era saltata. Ah, e ho mezzo bruciato il microonde, ma non è questo l'incidente che volevo raccontarvi, ci sarà un capitolo dedicato a questo misterioso elettrodomestico.
Insomma, con un po' di inventiva, si riesce a sentirsi a proprio agio, specie pensando ad alcune delle case che ho visitato a luglio.



Flashback


Io e mio fratello (ho sempre una spalla familiare nelle mie avventure) arriviamo all'agenzia. Stavolta non piove (ma minaccia). L'agente, K., una ragazzona florida che parla a raffica e ascolta musica commerciale a tutto volume allo stesso tempo, ci carica in macchina e dice qualcosa, tipo:
"Vediamo per primo quello in via Tal dei Tali, che mi mette paura".
Fratello: "Che ha detto?"
Io: "Boh. Non sono sicuro."
Dopo aver rischiato la vita un paio di volte, arriviamo di fronte a una casa. Non il massimo, ma insomma.
Con mio grande sgomento, K. scarta l'entrata laterale, e si dirige verso una porta avventizia aggiunta di lato alla casa, come l'ingresso di un giardinetto. Scopriamo che il lato della casa è più sordido, ma ancor più lo è l'ex giardinetto sul retro, ora asfaltato, dove pendono malinconici dei fili per i panni, e un motore smontato e un barbecue bisunto sono lasciati a sviluppare una coltura di ruggine.
Per raggiungere l'ingresso, bisogna salire una scala antincendio ripidissima, ma l'ingresso è sbarrato da una ragnatela, con ragno annesso. K. chiede scusa al ragno, e sposta la ragnatela. Brivido di inquietudine condiviso tra me e mio fratello.
Bilanciandosi su tacchi alti alti che non le permettono di gestire bene il suo corpo, non enorme ma insomma florido, K. si arrampica timorosa fino in cima, dove ci attende una sorta di scatolone abusivo che si attacca alla facciata in maniera sospetta, come una sorta di escrescenza sul naso di una strega - in sostanza, l'ingresso.
Dentro, la desolazione: un corridoio, su cui si affacciano tre stanze - un bagno, del quale non conservo ricordi, una cucina diciamo essenziale ma con un divano sfondato in un angolo, e una camera da letto in cui sono inseriti a incastro dei mobili bianco sporco degli anni '70, ma ingentilita da stelline fluorescenti sul soffitto (dev'essere un'idea dell'arredatore, per dare una prospettiva ad un ambiente claustrofobico).
Sguardo reciproco tra me e mio fratello. Silenzio. Sguardo reciproco tra me, mio fratello e K., che se fosse stato per lei, manco ci veniva, e fa: "Va beh, andiamo?"
Scendendo, ci rendiamo conto che la scala antincendio in realtà è una specie di scivolo coi gradini: mio fratello, io e ultima K. scendiamo col cuore in gola e aggrappandoci disperatamente al corrimano (col pericolo che K. cada sui tacchi e ci schianti a terra).
Fine del flashback

Ecco, mi sa che sono stato un po' logorroico. Allora alla prossima per la storia del microonde, ok?
Baci


giovedì 26 novembre 2009

Mammina cara


Scena: Domenica lavorativa. Pausa pranzo. Interno giorno, alla Boulangerie, che è il mio spacciatore ufficiale di cibo quasi quotidianamente.

Come al solito, mi accomodo al tavolino col vassoio che trabocca di piatti, bevo un sorso d'acqua ed estraggo il libro di turno (stavolta si tratta di "Felicità" di Will Ferguson, molto piacevole). La mia lettura è disturbata da un infante che frigna alle mie spalle, e dal brusio delle conversazioni altrui, oggi particolarmente fastidioso. In particolare, trovo impossibile isolarmi dal tono di voce del tizio al tavolo accanto (data la distanza tra i tavoli, praticamente un commensale), impegnato nel difficile compito di respirare tra una frase e l'altra.
"Boh, sai, un po' mi so rotto de ste studentesse..."
Ecco, mi tocca sorbirmi le autocelebrazioni di un sedicente Don Giovanni per tutto il pranzo. Caparbiamente, tento di carpire un senso dalle pagine che ho di fronte. Ma registro la risposta della donna che Don Giovanni ha di fronte (scopro solo ora che è una donna, non guarderò mai i due se non quando si alzeranno da tavola):
"E certo, magari mo c'hai bisogno d'altro..."
"Si, sai che c'è, mà... a parte andacce a letto non è che ce posso fà altro..."
Mà? Mà??? Ma questo sta parlando delle studentesse con cui fa sesso... con sua madre? No, devo aver capito male...
"Eh, tesoro mio, mo magari te devi concentrà più su una donna, no ste regazzine che dici..."
Ormai il mio libro è infinitamente meno accattivante della conversazione tra uno scapolo dalla dubbia dirittura morale e la sua forse madre, incredibilmente a suo agio nell'ascoltare le confidenze intime del figlio.
"Sì, Mà, c'hai ragione, sò proprio regazzine...". Mio Dio, è proprio sua madre. E mi chiedo... ma quanto regazzine? Università? Liceo? Medie??? Non so cosa mi trattenga dal voltarmi e chiederglielo, troppa è la curiosità. E poi vorrei anche guardare in faccia questo magnifico esemplare di maschio latino, che ha evidentemente uno stuolo di giovani fanciulle che lo tampinano, ma non ne ho il coraggio.
"Comunque, Mà, mo sto mezzo a frequentà una, lo sai? na donna!"
"Ma dai, bello mio. E chi è, chi è?"
"Eh, na bella ragazza, seria, affidabile..."
"Ah, sì?"
"Pensa, viene dalla Carnia!", frase detta con enfasi, come se avesse dichiarato di stare per sposare la principessa del Siam... evidentemente la Carnia per Don Giovanni ha un fascino esotico irresistibile.
"Dalla Carnia? Ma dai!", anche Mà è in visibilio. Mi chiedo quale ruolo abbia giocato la Carnia nella vita di quel nucleo familiare, e soprattutto mi chiedo se forse sia io a ricordar male dov'è situata geograficamente questa mitica regione.
"Sì, sì, dalla Carnia. E infatti parlavo con un amico l'altro giorno, me lo diceva, le persone della Carnia sono... serie, come dire... affidabili. Cioè, so gente chiusa, so friulani, è chiaro, però so bella gente... seria."
Vengo confortato dal posizionamento della Carnia lì dove ricordavo fosse, ma cresce lo sconforto per l'accavallarsi di tante banalità.
"E chi è questa, che fa?" chiede Mà.
"Pensa, è avvocato, è intelligente, pure na bella ragazza. Alta, bionda... ah, pensa, se chiama Fleur!!!"
"Uuuuh, ma che bel nome, ammazza..."
"Sì, Fleur... Fleur Isabella Casanova, pensa..." (registro il frequente invito rivolto a Mà, "pensa").
"Casanova? uh ma proprio un bel, bel nome... Casanova, è tutto dire... uuuh!" (temo che l'invito a pensare rivoltole dal figlio rimanga il più delle volte inascoltato).
"Sì, Mà... e sai come l'ho conosciuta? che storia... me l'ha presentata Francesca, te la ricordi, Francesca?"
"Oddio, Francesca... quale?"
"Francesca, quella che me so portato a letto un po' de volte..." (comincio a provare un po' di imbarazzo al pensiero che quella donna conosca a menadito la lista di conquiste dell'irrefrenabile rampollo).
"Ah, sì, Francesca, come no, quella mora..."
"Eh, brava... insomma, Fleur è un'amica d'infanzia di Francesca. Che succede, lei scende a Roma, Francesca organizza una cena, e là ci conosciamo... cinque minuti e già stavamo... là, sai..." (mi chiedo per cosa stia il "là" nel linguaggio segreto dei due... "è scoccata la scintilla"? "ci siamo baciati"? "mi aprivo un varco tra le sue gambe"?).
"Uuhhh ma non mi dire... e Francesca?"
"Eh Francesca non lo sa... pensa che ancora ce spera, con me... non l'ha proprio capito che non me interessa... proprio l'altra sera me la so portata a letto."
Aspetto un rigurgito femminista di Mà, un moto di compassione per una donna come lei, una ramanzina appena accennata a quello scapestrato del figliolo... macchè. Come il suo bambino, anche lei ormai ha solo orecchie per la donna esotica... Fleur.
"Ma Fleur sta a Roma?"
"Eh, no, Mà... Fleur sta in Carnia! però ci sentiamo... ieri siamo stati due ore al telefono. E poi c'abbiamo Facebook! Mà, te lo dicevo, ormai Facebook è fon-da-men-ta-le!"
"Sì, fondamentale..." (Mà ormai pende dalla bocca del figlio, estasiata da cotanto saper stare al mondo).
"Eh, così ci teniamo in contatto, ci sentiamo... Mà, pensa che je dico pure le porcate..."
Non credo alle mie orecchie. Ormai sto ridendo sfacciatamente, simulando che il mio divertimento provenga dal libro che continuo a tenere aperto come alibi. Ora, penso, Mà chiederà garbatamente al figlio di non entrare in particolari. Una parte di me lo spera, l'altra vuole scoprire fino a che punto possono arrivare questi due magnifici personaggi. Vince la parte più curiosa, ovviamente.
"Come le porcate? Uuhh ma che dici?"
"Ma si... oddio, no proprio cose pesanti... però sai, cose tipo non sai che te farei, voglio fà sesso con te... cose così. A Mà, lo sai che ho scoperto, che alle donne je piace se fai un po' così... esse trattate un po' da zozze, ogni tanto. Ma sempre con buongusto, con classe."
"Certo, la classe ci vuole..."
"Ecco, sì, e insomma je ne dico tante... Mà, ci piacciamo proprio. Glielo dico sempre, non sai che te farei..."
"Figlio mio, speriamo che sia quella buona... (è la prima frase da madre che sento dire a Mà).
"Eh, sì speriamo... Mà, mo andiamo, s'è fatto tardi. Devo fà un po' de giri..."
"Sì, sì, andiamo bello mio..."
"Sì, che devo andà pure in farmacia... a comprà... beh, lo sai, no... i preservativi..."
"Uh, Dio..." (qui colgo lo sconcerto della donna, sull'unica frase del figlio che invece meriterebbe un plauso... almeno fa sesso sicuro).
"Eh, Mà, siamo in una società moderna, il mondo va così..."

Sipario. Si alzano. Don Giovanni va verso la cassa, e finalmente lo posso guardare in tutto il suo splendore. Basso, tracagnotto, bruttarello. Chissà cosa insegna. Sento Mà che traffica con la borsa accanto a me, e mi volto a guardare anche lei. Una donnina esile, capelli bianchi cortissimi, discretamente elegante. Sguardo truce rivolto a me, come a dire che sa che ho ascoltato tutto. Mentre torno candidamente a fingere di leggere, lei parla ad alta voce al figlio: "Ah, comunque ho dato un'occhiata a quell'articolo per il Corriere... penso che lo possiamo pubblicare!".
Tentativo apprezzabile di darsi un contegno, ma purtroppo inutile. Terrò tutto con me, lei, il figlio, le mirabolanti avventure di letto di lui... e soprattutto Fleur, l'esotica Fleur... anzi, vado subito a cercarla sui profili di Facebook. Che, sì, è fon-da-men-ta-le... ma questo ormai sfugge solo a Mà.